QUEL GIORNO CHE TI HO INCONTRATO

Alessia Castiglioni.

Alessia Castiglioni, quella della 4^B.

Alessia Castiglioni, quella della 4^B, la ragazza più bella del liceo.

 

Il fatto è che sto per uscire con Alessia Castiglioni, quella della 4^B, quella che – come si diceva nei corridoi con la naturalezza con cui si tramandano dogmi o leggi fisiche – era la ragazza più bella del liceo. Lo so che suona iperbolico e anche vagamente limitativo ridurre una persona a un superlativo estetico, ma spesso funziona proprio così. E, comunque, si trattava di una verità collettiva condivisa, come la Legge sulla Gravità o la tabellina del 7.

Sto per uscire con Alessia Castiglioni e, sì, ho bisogno di ripetermelo tipo mantra per evitare di avere un attacco di panico o un cedimento strutturale. Ma andiamo con ordine.

 

Quella domenica pomeriggio avrebbe potuto essere solo un’altra domenica ordinaria di un quindicenne di provincia degli anni Novanta alle prese con i microtraumi della seconda liceo. Ma, il martedì prima, – e qui tutto cambia – Kurt, quel Kurt, aveva deciso di farla finita con un colpo di fucile nella sua casa a Seattle. La morte fu scoperta giorni dopo e da lì un intero continente di adolescenti era divenuto orfano. Anzi, improvvisamente, era divenuto nudo di fronte a un mondo che, senza di lui e le sue distorsioni chitarristiche, sembrava ancora più storto di quanto già non fosse.

Io ero in mezzo a quella slavina. Io e Alessia in realtà, perché – e lo so che sembra assurdo scrivendolo ora – è per via della morte di Kurt che io e Alessia Castiglioni stavamo per uscire.

 

Il giorno prima: la vedo seduta come sempre sui gradini della chiesa in centro, circondata da due amiche altrettanto belle ma che, per motivi che sfuggono alla ragione e obbediscono solo alle logiche di gerarchia invisibile del liceo, non erano lei.

Io passo e cerco di non guardare. O meglio, le guardo ma senza farmi vedere guardare. Indosso una maglietta dei Nirvana come milioni di altri adolescenti in quei giorni, ho la tavola da skate sottobraccio come sempre, le gambe di gelatina e un’ansia che potrebbe alimentare una piccola centrale idroelettrica.

Poi succede qualcosa di illogico: Alessia si alza e viene verso di me. Sul serio, cammina nella mia direzione con movenze che fanno pensare a una divinità scesa temporaneamente sulla terra per testare la fragilità umana.

In teoria ci conosciamo da sempre perché abitiamo nello stesso quartiere, ma lei ha due anni più di me e quei due anni che sulla carta d’identità sembrano niente, in pratica funzionano come un muro di Berlino: in tutti questi anni, pur incrociandoci regolarmente a scuola, per strada, al supermercato, in fila alla panetteria, non ci siamo mai davvero salutati. Mai un ciao. Mai un cenno. Come se tra noi ci sia un tacito accordo secondo cui lei esiste in un piano di realtà più elevato e io la vedo da sotto.

Nel micro-secondo in cui realizzo la traiettoria, il mio cervello elabora almeno due possibili vie di fuga: saltare sulla tavola e fuggire, la scarto perché so che cadrei facendo una figura meschina; adottare la strategia dell’opossum e fingermi morto, la scarto per eccesso di melodramma.

Resto fermo e affronto la situazione come un adulto, soluzione scelta nonostante la palese mancanza di qualunque prerequisito.

“Ciao Matteo, bella la tua maglietta,” dice.

Il mio nome. Detto da lei con un sorriso che avrebbe mandato in corto circuito anche il replicante di Blade Runner.

Mi parla di Kurt, di come forse non si sia davvero suicidato. Al telegiornale ha sentito di una cospirazione. Stasera faranno un servizio speciale. E io, ancora incredulo, annuisco e dico qualcosa tipo “Sì, ho sentito anche io.”

Poi, mentre sto pensando se lo abbia sentito davvero oppure no, con la leggerezza assassina di chi non si rende conto che sta cambiando la traiettoria di una vita, mi dice: “Allora Matteo, ti andrebbe?”

A quel punto ho due opzioni: chiederle “Cosa?” e far crollare tutto come la torre del Jenga o risponderle “Certo!”

Opto per la seconda.

“Passi tu con il motorino verso le tre? Ti ricordi dove abito?”

Sì. Sì. E ancora sì. Anche se il solo pensiero di essere fisicamente davanti al suo portone mi provoca un’alterazione del battito cardiaco che dovrebbe interessare un cardiologo.

 

E, quindi, eccomi qui: alle 14:55 esco di casa, casco in testa, mani sudate, cuore in modalità alert. Nessun piano. Nessuna destinazione. Solo una sensazione profondissima - e sorprendentemente chiara - che nonostante la fine dei Nirvana, il mondo possa essere ancora un posto degno di essere abitato.

Lei esce. Il portone sembra aprirsi al rallentatore. Indossa il casco. Si siede dietro. Mi tocca le spalle. Mi dice “Andiamo, Matteo.”

Mi parte un blackout parziale. Giro a destra. Errore.

“Ma per il Parco degli Aironi era meglio andare a sinistra, no?”

Ah ok, destinazione acquisita. Ora l’unica cosa importante è sopravvivere.

Arriviamo. Parcheggio. Scambiamo due parole e per fortuna lei prende l’iniziativa. Sceglie nell’ordine: quercia e ombra, panchina e silenzio.

Estrae dallo zaino un lettore CD e gli auricolari. Mi allunga il sinistro.

“Ti va di iniziare con Nevermind? Ho portato tutti i CD, ma Come as you are è la mia preferita.”

E lì io capisco tutto. Capisco che Kurt è morto per rendere possibile questo momento. E se vi sembra eccessivo, non avete mai avuto quindici anni.

Le ore passano e i dischi si susseguono mentre le parole si intrecciano.

Lei mi racconta della sua solitudine, che la sua bellezza è una condanna, che si sente ingabbiata nella superficialità percepita dagli altri. Io mi perdo nei miei loop mentali da outsider auto-proclamato, sensibile e confuso.

Ma qualcosa per magia si allinea. Un qualcosa di impercettibile, come due dissonanze che si scoprono armoniche.

Lei appoggia la testa sulla mia spalla e chiude gli occhi. E mentre una coppia adulta ci passa davanti tenendosi per mano – che vedo già come versione futura di noi stessi – le passo un braccio attorno alle spalle. Lo faccio istintivamente, senza pensare, e la stringo forte.

Mentre sto per dirle qualcosa – qualcosa di semplice e grande al tempo stesso, tipo ci sono per te – vengo interrotto. Perché laggiù, a venti metri da noi, vedo lui.

Un ragazzo biondo che ci fissa. Occhiali da sole bianchi. Jeans sbrindellati. All Star distrutte.
Alessia è rannicchiata su di me con gli occhi chiusi, non può vederlo, ma a me sembra lui, sono convinto che sia lui.

Si toglie gli occhiali. Si passa una mano nei capelli che porta lunghi con la riga in mezzo, e mi guarda. Sorride appena, si accende una sigaretta e mi fa l’occhiolino. Poi se ne va senza che Alessia si accorga di nulla.

Forse è un’allucinazione. O forse no, ma comunque non importa.

“Ale…” dico. Lei apre gli occhi, mi guarda come se aspettasse qualcosa. E io – che ho passato la vita a pensare troppo – semplicemente la bacio.

Un bacio casto, leggero, timido. Lei si scosta e mi guarda.

Poi sorride e lì, in quella sospensione perfetta – tra auricolari condivisi e una quercia a farci ombra – mi bacia di nuovo, più a lungo per quello che diventa un bacio più vero.

È tutto perfetto. Non perfetto come nei film, con la musica in crescendo, un drone che ci riprende dall’alto allontanandosi, con noi nell’inquadratura che siamo sempre più piccoli e distanti. No, perfetto tipo: le labbra un po’ fredde, il naso che sbatte perché non sai da che parte girarti mentre ti baci, l’alito vagamente alla menta di una Brooklyn masticata da ore. Forse più che perfetto è vero, vero come il suono distorto della chitarra di Kurt.

E io mi sento, almeno per quei venti o trenta secondi, come se tutto fosse finalmente a posto, come se l’universo per una volta non stesse tentando di fregarmi.

 

Solo che mentre mi crogiolo in questa epifania, mi viene in mente che forse Alessia domani a scuola ne parlerà con le sue amiche e io finirò sotto osservazione come un panda in via d’estinzione. O, peggio ancora, magari riprenderà a non salutarmi e questo momento verrà assorbito nel grande nulla, come tutte le cose belle e assurde che non sappiamo gestire.

Non so più se ho davvero raggiunto l’illuminazione o se ho semplicemente avuto un picco glicemico da euforia mal gestita. Ma tant’è, smetto di pensare e accetto che se questo è il Nirvana, allora è un Nirvana pieno di zaini Invicta pasticciati, di brufoli sottopelle abilmente camuffati e di auricolari condivisi che ogni dieci minuti frusciano per contatto.

E in quel preciso momento va bene così.

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